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Marcello Lattari

 

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Marcello Lattari: DEL COLLEZIONARE ARTE TRIBALE "uno sguardo su di un collezionista particolare" - Novembre 2009

 

 

 

 

Indice editoriale

 

DEL COLLEZIONARE ARTE TRIBALE

"uno sguardo su di un collezionista particolare"

- Marcello Lattari -

 

Introduzione

      Innanzi tutto una piccola nota introduttiva sulla Logica che, come sappiamo,  è quella disciplina che studia ed approfondisce le condizioni di validità dei presupposti e delle argomentazioni deduttive e, nello specifico, la logica formale che prescinde dall'evidente contenuto delle espressioni considerate, esaminando le pure forme argomentative, fino ad interessarci del sillogismo aristotelico (argomentazione che consta di due premesse - una maggiore e una minore - e di una ovvia conclusione, generalizzata in seguito come la teoria o l'indagine relativa alle condizioni di validità dei procedimenti di inferenza, ossia ogni forma di ragionamento con cui si dimostri il logico conseguire di una verità da un’altra, di un giudizio da un altro, oppure alle condizioni di validità del procedimento di deduzione delle caratteristiche di una popolazione, a partire da una rilevazione effettuata su un campione limitato di essa, per mezzo della stima dei parametri o attraverso il controllo delle ipotesi.) che enuncia: "un discorso nel quale, poste alcune cose, ne derivano necessariamente altre, per il fatto stesso che quelle sono state poste". (1)

      Ogni collezione consta di due premesse essenziali: il soggetto e l'oggetto che ponendosi nel discorso, ne genereranno necessariamente altre, per il fatto stesso che sono state poste. Naturalmente, a priori, come fatto concreto in sé e che specifica la naturale azione nello sviluppo dinamico dei fatti, il soggetto, per universale assunto, lo identifichiamo nel collezionista e l'oggetto, ossia ciò che è inconfutabilmente posto innanzi al pensiero o alla vista, lo cataloghiamo, senza dubbio alcuno, come ciò che stimola, attrae e condiziona il soggetto e lo lascia compiere le sue funzioni dell'agire fino a confondersi con il suo stesso oggetto e ad invertire, alla fine, le definizioni delle due nostre premesse essenziali: il soggetto diventa inconsapevole oggetto e viceversa l'oggetto si trasforma in una fonte di energia per sviluppare una forza di attrazione, come un magnete, pur nella sua immobilità fisica. In questa splendida reciprocità in cui è facile individuare una sorta di affinità elettiva verterà la mia analisi e le mie riflessioni fino a trarne una personale conclusione.

       Sul concetto generale del collezionismo analizzerò molto superficialmente le definizioni e le motivazioni che possono essere infinite ed ognuna giusta per il proprio verso, come molti studiosi hanno già scritto. Voglio cominciare a dire che se una comune persona ritiene di essere un collezionista, lo è certamente. Esistono molte validissime definizioni accademiche, ma secondo me (2) l'opinione soggettiva è la migliore definizione in assoluto. Il livello del collezionismo mondiale è molto diverso nelle varie aree del pianeta e, verosimilmente, riflette il reddito disponibile e la quantità di beni materiali a cui si ha accesso. Le varie differenze numeriche e sostanziali dipendono quindi dal diverso rapporto con le cose materiali. Una persona può costruire una collezione per creare la propria identità che può essere creata a più livelli  e normalmente tende a collezionare cose del passato che rivestono, a giudizio del collezionista, una certa importanza. La ricostruzione del passato della propria storia e civiltà è infatti una parte fondamentale della formazione dell'identità, soprattutto di colui che per genealogia ne è privo. Le motivazioni del collezionare sono molto diverse. Quando si parla di "veri" collezionisti e non di mercanti, c'è chi ama vedere aumentare l'importanza economica della propria collezione, a volte vende anche qualcosa, ma raramente lo fa per guadagnare. E' più una questione di valore emotivo. Per la maggioranza delle persone il fatto che alcune cose siano cadute nel dimenticatoio e non abbiano alcun valore finanziario è un motivo per collezionarle. Mettersi sulle tracce di un oggetto, scovarlo e acquistarlo per pochi soldi è parte del divertimento. In tutto questo c'è un forte istinto di caccia. Si potrebbe affermare che è un modo inconscio per scendere a patti con i nostri istinti primordiali. Un'altra ragione è che siamo esseri umani e governati da ciò che io chiamo "il desiderio dell'occhio".(2)

      "Ci sono due fratelli, tali Tlepòlemo e Gerone, di cui uno, a quel che so, faceva abitualmente il modellatore in cera, l'altro il pittore(...). Verre li tenne con sé durante quel periodo e si avvalse della loro opera e del loro consiglio per le rapine e i furti compiuti durante la sua legazione(...). Se li portò in Sicilia (dove andò come governatore di quella provincia). Arrivati lì, sembravano cani da caccia: fiutavano tutto e seguivano ogni traccia in modo così mirabile che riuscivano a scovare ogni oggetto d'arte, dovunque fosse, con qualunque mezzo(...). Prima ero solito stupirmi che uno come Verre avesse un po' di buon gusto, (...) ben sapendo che egli non ha nulla in comune, da nessun punto di vista, con un uomo colto. Allora per la prima volta capii la ragion d'essere dei due fratelli artisti: gli servivano perché egli potesse rubare con le sue mani, ma utilizzando i loro occhi".(3)

      Dopo questo breve ma incisivo scritto di Marco Tullio Cicerone, in cui il "desiderio dell'occhio" della Susan Pearce trova facile e legittima applicazione storica nella differenziazione tra il "possessore di collezione" (Verre) ed il vero "autore di collezione" (Tlepòlemo e Gerone), tenendo presente che anche dopo duemila anni riconosciamo che Verre non sia riuscito ad usurpare, neppure con l'aiuto del tempo, la valenza dei veri autori della sua collezione, posso addentrarmi nell'analisi del rapporto tra una qualsivoglia collezione ed il suo inconfutabile autore e giammai in quello del suo possessore: rapporto quest'ultimo che non esiste in quanto acquisito attraverso l'uso anche legittimo ma non alternativo del denaro e che, in altri casi, qualunque personaggio a volte anche ignorante, per il solo fatto di esser coinvolto nell'intermediazione, ha automaticamente dissacrato e distrutto. Purtroppo non tutti sono come Verre che, pur stupendo subdolamente e con arti illusorie la Roma colta per il suo manifestato ed ostentato ma non effettivo e sostanziale buon gusto, ben sapeva di essere altresì un mistificatore ed un millantatore e, come ci tramanda Cicerone, ben sapendo che non aveva nulla in comune, da nessun punto di vista, con un uomo colto. Molti collezionisti, dopo qualche anno di esperienza per essere entrati in contatto con le arti tribali o aver letto qualche libro sull'argomento, credono di avere gli occhi di Tlepòlemo e Gerone e di essere in grado di distinguere le differenze tra originale, copia, riproduzione, autentico, artigianale, falso. Ho cominciato ad interessarmi di arte africana nel 1970 ed oggi, nel mese di Novembre del 2009, dopo circa quaranta anni di studi ininterrotti sull'argomento, devo purtroppo penosamente ascoltare, vedere e soprattutto constatare la presunzione dell'ignorante, le falsità del vile e disonesto pseudo-intellettuale, le giuste, onestissime e più che mai giustificate reali motivazioni economiche dell'investimento garantito dai mercanti, gli svolazzi pindarici di un occasionale e patetico giullare di turno nel descrivere un'arte che i suoi occhi non riescono a vedere e mai vedranno, le competizioni bambinesche sulla validità estetica oppure la disputa litigiosa sulla qualità certamente superiore del proprio splendido oggetto rispetto a quello pessimo dell'altro, il disprezzo verso il "vero" collezionista, per intenderci quello che ha un rapporto autorevole e geneticamente imprescindibile con la propria collezione ("autore di collezione"), l'innalzare altari a quelli che sono venuti in possesso, attraverso il denaro, di oggetti di cui non conoscono nulla, se non il valore attuale e quello ipotetico futuro: cosa hanno a che fare o vedere o spartire o coniugare o condividere questi personaggi, anche se rispettabilissimi nelle loro idee fideistiche ed anche se riuniti in fondazioni, associazioni culturali, in un forum o in un blog, con un vero collezionista?

      Nella mia lunga esistenza a contatto con le arti africane ho avuto modo di conoscere diversi seri collezionisti e con la maggior parte dei quali di intrattenere veri rapporti di stima reciproca e con alcuni di profonda amicizia. Per ovvi motivi non posso elencarli nella loro totalità ma, per qualcuno, senza alcuna offesa per gli altri, non posso assolutamente fare a meno di usare un metro diverso, in quanto protagonista recente di avvenimenti della storia dell'arte africana in Italia. Mi limiterò a narrare gli avvenimenti intrappolandoli nelle predette premesse di questo lavoro, e, nell'ambito della Logica, porre alla fine degli interrogativi a cui il lettore saprà dare una risposta "di una ovvia conclusione, generalizzata in seguito come la teoria o l'indagine relativa alle condizioni di validità dei procedimenti di inferenza, ossia ogni forma di ragionamento con cui si dimostri il logico conseguire di una verità da un’altra, di un giudizio da un altro".

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Fabrizio Corsi: analisi della sua collezione e del suo collezionare.

      "Viaggio in fondo alla notte. L'arte delle etnie dell'equatore africano". Una Mostra finalizzata alla ricerca. Rimini, Museo degli Sguardi: Marzo-Giugno 2007.-Questo è il titolo della mostra e di seguito ne trascrivo la presentazione del Dirigente Museo degli Sguardi, dott. Maurizio Biordi:

      "Il Museo degli Sguardi, dopo la realizzazione della mostra inaugurale del Museo (17 Dicembre 2005) “Affrica Terra Incognita”, a cura di Luigi Pezzoli (Centro Studi Archeologia Africana, Milano), nel corso dell'anno seguente ha ospitato la mostra “Gli occhi del pubblico”, a cura dell'Istituto Beni Culturali della Regione Emilia - Romagna, e “L'ultimo sogno africano di Arthur Rimbaud”, a cura del Tucano Viaggi e Ricerca di Torino. Nell'anno corrente, invece, il Museo ha programmato una rassegna di mostre dal titolo “Antropologia del comportamento estetico”, di cui la prima mostra, “Viaggio in fondo alla notte. L'arte delle etnie all'equatore africano”, si rivolge allo “sguardo” del collezionista e più precisamente alla Collezione di opere africane di Fabrizio Corsi.

      Si registra in Italia un interesse crescente per l'arte africana e questo è il risultato delle grandi mostre organizzate negli ultimi anni che hanno avuto, prevalentemente, un carattere storico o estetico. Nel contempo, rare sono state le mostre che hanno studiato l'arte di un popolo o di una regione, anche per la difficoltà di reperire nelle collezioni disponibili sufficienti opere per illustrare temi così specifici. Questa esposizione, invece, analizza una regione specifica dell'Africa Nera, a cavallo dell'equatore, dal Cameroun alla Rep. Dem. del Congo ed incentrata sul Gabon. Una zona dalla quale, fino a un decennio di anni fa, pochi erano gli oggetti pervenuti nelle raccolte pubbliche e private, e che mai era stata oggetto di una mostra pubblica in Italia così tendenzialmente finalizzata. Le sculture esposte, offrono una panoramica non solo delle popolazioni più importanti, quali Fang, Punu e Yombe, ma anche delle etnie meno note. In questo modo, si evidenzia la peculiarità della zona e la grande varietà degli stili artistici. Conseguentemente l'analisi del significato delle opere eseguita da Fabrizio Corsi, analisi indispensabile per la comprensione delle medesime e le cui forme sono collegate ai rituali nei quali intervenivano, ha costituito una difficoltà molto evidente, dal momento che numerose sculture appartengono a tipologie nuove sulle quali non esistono ancora sufficienti studi approfonditi. Fabrizio Corsi ha formulato ipotesi basate sulla lettura delle simbologie iscritte sulle diverse opere, restando comunque aperto ai suggerimenti o alle correzioni formulate da altri esperti di queste etnie africane. Approccio nuovo e interessante se verrà recepito con spirito di collaborazione dai diversi studiosi che visiteranno la mostra e solo in questo caso, come afferma il Collezionista, l'esposizione avrà raggiunto l'obiettivo di accrescere le nostre conoscenze sulla cultura di quei popoli.

      Pertanto la mostra rappresenta essenzialmente lo sguardo di un collezionista di opere africane, delle sue ricerche individuali e dei suoi studi personali per la loro comprensione e la loro presentazione al pubblico e non vuole offrire un'analisi definitiva, bensì, in qualche fattispecie, delle ipotesi da confrontare e da verificare. La finalità di questa mostra rientra negli obiettivi del nostro Museo, infatti, secondo Marc Augè, Presidente del Comitato Ordinatore del Museo, «...Il Museo degli Sguardi vorrebbe avvicinare il proprio pubblico alla dimensione riflessiva della nostra relazione con l'arte degli “altri”».

       Il dott. Fabrizio Corsi colleziona arte africana da oltre trenta anni ed ha sempre dato, prevalentemente, un' utilizzazione pubblica alle opere delle quali dispone. A tale proposito, si ricordi la cessione delle opere africane raccolte fra il 1970 e il 1988 al Museo di Scienze Naturali “E. Caffi” di Bergamo (un interessante 'corpus' di 411 sculture). Attualmente la sua collezione è composta da circa 630 opere. Inoltre ha realizzato una ventina di mostre in diverse città italiane, tre delle quali all'interno di scuole a cui ha indirizzato, quale obiettivo principale, la sua opera di diffusone della conoscenza della cultura africana. Infine da oltre dieci collabora, anche, alla rivista ”Africa-Mediterraneo”.

Rimini, 10 Marzo - 3 Giugno 2007

F.to: Maurizio Biordi

Dirigente Museo degli Sguardi"

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      Dopo la presentazione del dott. Maurizio Biordi, trascrivo qui di seguito anche la mia recensione:

      "Nella mattina del 24 Marzo 2007 Rimini ci offre un'aria fresca e pulita e Villa Alvarado, dall'alto del colle di Covignano, continua a dominare fin dal 1721, con l'austero silenzio della sua presenza, 'testimonial' di antiche ed attuali glorie, il rinnovamento delle generazioni, il luttuoso passaggio delle guerre, il cambiamento repentino e frivolo delle mode, il trasformismo camaleontico della morale, le interpretazioni pregiudizialmente antitetiche dei decani membri di qualunque società, apparentemente paritetica, fondata da un qualsivoglia re travicello. Oggi è la bellissima, elegante ed accogliente sede del Museo degli Sguardi, diretto, a mio avviso, magnificamente dal Dott. Maurizio Biordi*, il quale, oltre lo sguardo scontato, ripetitivo, fatale ed invulnerabile degli esperti classicisti belligeranti sulle scoperte degli altri, propugna la ricerca delle innovazioni, offrendo all'uopo e per il buon fine validi strumenti ed ottime strategie agli studiosi ed agli appassionati che sono immuni dalla patologia del possesso di qualsiasi oggetto, altresì ricercato da psèudo-collezionisti e falsi amatori che usano il famoso bilancino per conoscerne il valore venale, disdegnandone quello culturale, non possedendo lo strumento idoneo per ben misurarlo. In questo ristrettissimo settore delle "Arti Altre", esistono diverse tipologie di collezionisti, ma due sono le posizioni dominanti: la più numerosa, naturalmente, è quella composta da una comunità di individui che hanno bisogno di un qualunque Tirtèo che li infiammi prima della pugna, di un buon pastore che li rassicuri e di cui ne osannano le verità illudenti e non hanno mai il desiderio di constatare di persona e di esprimere un proprio giudizio; l'altra posizione è costituita da singoli individui che studiano, ricercano, sperimentano, confrontano ciò che trovano, possiedono la rara grandezza di ammettere gli eventuali errori dai quali, conseguentemente, ne trarranno, in senso speculativo, la giusta esperienza per aumentare il peso della conoscenza che condivideranno con interscambio simbiotico ed anche per osmosi inter pares.

      In merito al Dott. Maurizio Biordi, devo render pubblico il sincero ringraziamento a lui rivolto per l'ospitalità riservatami e per la grande, evidente ed indiscussa professionalità nel gestire quanto è patrimonio di tutti e nell'espletare la nobile missione di divulgare varie gradualità di conoscenze con il supporto dei pochi mezzi che sono a sua disposizione.

      Entriamo nelle sale che ospitano alcune opere della collezione di Fabrizio Corsi e precisamente quelle relative alle etnie della foresta tropicale equatoriale africana: nell'ammirare tra luci ed ombre il prezioso contenuto delle varie teche, soltanto colui che non si interessa di tali opere non capirà mai l'emozione che fa sussultare, al contrario, il cuore di coloro i quali vivono giorno e notte a studiare ed analizzare maschere, sculture e tutto ciò che si propone come lo specchio del nostro passato, foriero di simboli atavici, di reminiscenze religiose e di parallelismi tribali. Non mi soffermerò ad analizzare le singole opere né il loro significato o la loro valenza estetica, non essendo questa la sede adatta ed anche perché invito gli interessati a visitare la mostra e a non fidarsi ciecamente in modo fideistico delle valutazioni degli altri, comprese quelle del sottoscritto, ma eventualmente a recepirle come punto di riferimento ed a confrontarle con le proprie. Ma una cosa è certa: le opere tribali, per ciò che ho potuto constatare ed a mio avviso, sono autentiche e, nella globalità, ho potuto distinguerne le normali diversità in atto sia per la fattura che per l'età: prerogative semantiche di ogni collezione che si rispetti. L'impatto estetico non sempre è folgorante tanto da confondersi con la saturazione della meraviglia, come parimenti resta fiabesco ed aleatorio l'assolutismo della valutazione relativa all'epoca, ma è proprio questa oggettiva diversità che rende molto affascinante la cernita dei valori, come con l'uso tradizionale di stacci dapprima radi e poi di volta in volta sempre più fitti, con mezzi e strumenti della propria ed esclusiva conoscenza,  il cui risultato, più o meno valido, è direttamente proporzionale all'entità di questa ultima. Ben vengano iniziative lodevoli e didattiche come questa della mostra "Viaggio in fondo alla notte": la cultura ripaga, sempre. Ed anche se non è questo il caso, si commettono spesso degli errori, ma soltanto chi non fa nulla non sbaglia mai, ed avrà comunque la nauseabonda arroganza di dichiararsi infallibile.

      Ringrazio anche il Dott. Fabrizio Corsi, ottimo collezionista e ricercatore per le arti africane, per la particolare e cordiale accoglienza usata nei miei confronti e a cui offro ogni mia incondizionata collaborazione, avendo constatato e compreso, attraverso le poche ma incisive parole scambiate, la sua immensa passione, l'amore e lo spirito di ricerca che ha donato per la semplice affermazione dei suoi intenti: tutti quelli che ogni buon collezionista vuole trasmettere agli altri appassionati e dunque esserne appagato e soddisfatto."

Rimini, 10 Marzo - 3 Giugno 2007

F.to: Marcello Lattari

Dott. Maurizio Biordi*:

Archeologo

Dirigente Musei Comunali (Rimini)

Ispettore Onorario Ministero Beni e Attività Culturali (Roma)

Delegato Comitato Nazionale Italiano I.C.O.M.

(International Council of Museums, UNESCO - Parigi)"

 

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      Naturalmente continuo a narrare gli avvenimenti intrappolandoli nelle predette premesse di questo lavoro. Presa conoscenza del significato di questa mostra, il lettore sarà curioso di sapere del perché io mi sia soffermato a ricopiare due testi di già pubblicati. Ebbene, durante e dopo lo svolgimento della mostra, da parte di alcuni semplici collezionisti, riuniti in un gruppo per scambiarsi vicendevolmente ogni eventuale nozionistica sull'argomento, vennero veementemente sollevate molte critiche inverosimilmente feroci, fortemente censorie, efficacemente aggressive, non meglio e ben identificate urla di sofferenza per le ferite riportate in nome e per conto della purezza delle Arti Africane fino alla materializzazione di una vera minaccia di costituire una ribellione avente il compito nella sua esecuzione di portare davanti alle accademie od agli altri organi ufficialmente preposti la incresciosa ed insopportabile situazione dei fatti affinché venissero adottati provvedimenti ufficiali, quali il pubblico ludibrio, la gogna o chissà quali altre punizioni e si gridò furiosamente allo scandalo ed alla bestemmia, rischiando di rivedere, dopo molti secoli, la visione di Anna e Caifa che  stracciavano le loro vesti. Ma cosa era successo? Alcuni auto-referenziati "puristi" delle Arti Africane insorsero in modo sconsiderato contro il collezionista Fabrizio Corsi e contro l'ottimo dirigente del Museo degli Sguardi, dott. Maurizio Biordi, accusandoli di aver infangato il buon nome dell'arte tribale africana presentando al pubblico una serie di oggetti falsi e soprattutto in un luogo pubblico come il Museo degli Sguardi. E' chiaro che tutto ciò, in ogni sua parte, che è oggetto di questa narrazione è coperto e corroborato da inconfutabili prove scritte che, in ogni caso, sono a disposizione di chiunque voglia prenderne visione. La cosa mi angosciò estremamente e mi chiedevo su quali basi poggiassero le asserzioni di questi semplici e stimati collezionisti ed il motivo che li spingesse a denigrare l'opera soprattutto didattica della mostra. Oltre tutto la denigrazione aveva generato, nel suo modo d'essere, anche l'irrisione al di là della pura cattiveria gratuita di qualcuno che ironizzava sulla "mostra" come moglie del "mostro" o "mostriciattola", "mostrucola" ed altri aggettivi "da bar dello sport" e da "inverecondi lupanari" che, a mio avviso, mal si confacevano all'apparentemente rispettabile livello stesso delle persone che ne erano stati indiscussi propugnatori. Ma molte volte "il gruppo", con la sua psicologia silente, gustosa e proditoriamente infida e subdola come un dolcissimo ingannevole veleno, induce all'esteriorizzazione dell'intimo per cui ciascuno del gruppo, nutrendosi incoscientemente di uno pseudo delirio di onnipotenza, vigliaccamente confortato dall'ipotetica ed inesauribile forza degli altri componenti, procede nel campo di un assunto secondo il quale ogni suo concetto è identico a quello di tutti gli altri e pertanto è seriamente oggettivo ed inoppugnabile. A questo punto ero certo che almeno qualcuno del gruppo fosse accreditato legalmente "esperto" riconosciuto ufficialmente dai tribunali o dalle accademie: niente di tutto questo. E allora: a che titolo? Questa è una delle risposte che il lettore dovrà dare a sé stesso.

      Talvolta anziché hobby piacevole e salutare, che può creare reti di amicizie, con cui condividere gli stessi interessi, arrivando a forme di complicità intellettuale, in grado anche di poter limitare lo stress, il collezionismo assume le sembianze di un’autentica forma patologica, trasformandosi in un bisogno quasi assoluto o in un disturbo ossessivo-compulsivo nel quale il desiderio di possesso e di ordine hanno conseguenze emotive sulle persone. Occuparsi della collezione è l'unico modo per tranquillizzarsi. In alcuni casi limite, l'oggetto collezionato acquista un valore erotico, al limite del feticismo e anche la banale pulizia della collezione può assumere le sembianze di un rituale.
Può addirittura accadere che una volta in possesso dell’oggetto della propria ossessione questo venga quindi ignorato, senza tentativi di organizzare la collezione.
Questa ed altre manifestazioni schizoidi sul possedere, sul celare gelosamente, sul prevalere del proprio su tutti gli altri, non fanno parte del collezionismo, ma di una seria degenerazione dello stesso. Il collezionismo diventa allora un atteggiamento miserabile, meschino e solitario, e come tale viene talvolta erroneamente percepito dalla maggioranza dei non-collezionisti. Già Stendhal doveva essersi scontrato con qualche forma aberrante di collezionismo per arrivare a dire che: “Nulla rende lo spirito angusto e geloso come l’abitudine di fare una collezione”.(4)

      Lungi dal pensare ad un disturbo ossessivo-compulsivo di massa: potrei anche io esserne affetto. Ma, nell'analisi della mia anima di collezionista, non mi risulta di aver mai fatto prevalere le mie cose su quelle degli altri, né celato gelosamente: a tal proposito si guardi parte della mia collezione pubblicata sul sito africarte.it; anzi sono stato criticato per essere stato troppo benevolo e possibilista sulle cose degli altri, inducendo in gravissimo errore il possessore del manufatto: niente di più falso. Analizzando dunque lo strano quanto imprevisto comportamento degli insorti che a modo loro affilavano le armi per sopprimere gli infedeli, pur non avendo né i titoli e né i numeri per esercitarne una delegittimazione, rasentando idealmente il reato di calunnia non efficace in quanto consumato nell'ambito di un limitato forum per iscritti e dunque non pubblico, dimostrandosi alla fine inconcludenti demolendo con il silenzio e relativa ritirata la loro stessa azione, sono tornato a leggere attentamente un brano della presentazione a firma del dott. Biordi: "Il dott. Fabrizio Corsi colleziona arte africana da oltre trenta anni ed ha sempre dato, prevalentemente, un' utilizzazione pubblica alle opere delle quali dispone. A tale proposito, si ricordi la cessione delle opere africane raccolte fra il 1970 e il 1988 al Museo di Scienze Naturali “E. Caffi” di Bergamo (un interessante 'corpus' di 411 sculture)."

      Fabrizio Corsi: ecco un autore di collezione! Adesso capisco il motivo per cui si entra con precisa rotta di collisione in un inevitabile conflitto tra il sedicente gruppo di "semplici ed onesti collezionisti", opulenti e ricchi possessori di collezioni ed il collezionista Fabrizio Corsi, autore di collezione. Ed analizzeremo anche il livello della suddetta collezione. Ma procediamo con un preciso ordine e con una seria e cronologica propedeuticità dei concetti nella narrazione.

      "Nel 1989 Aldo Perolari, collezionista e intenditore d'arte, avendo compreso l'importanza dei 413 pezzi provenienti dall'Africa sub-sahariana, li acquistò per donarli alla città di Bergamo, che in segno di gratitudine intitolò a suo nome la sala etnografica."(5) Questo è quanto si legge nella pagina internet del sito ufficiale del Museo E.Caffi di Bergamo, in riferimento alla provenienza di 413 pezzi dell'Africa sub-sahariana; e di seguito lo scritto continua in una descrizione che rende giustizia alle qualità delle opere e della quale riporto soltanto il brano introduttivo che così recita: "E' necessario premettere che, pur trattandosi di reperti particolarmente significativi, ogni singolo oggetto è forzatamente privo di ogni altro complemento. Perfino le bellissime maschere, senza i costumi dai vivaci colori, gli oggetti rituali, le musiche, i canti, l'ambiente e ogni altro elemento cerimoniale, non rendono che una pallida idea della effettiva ritualità."(5)

      E' intuibile, da ciò che può essere compreso dallo scritto nella pagina internet del Museo E.Caffi, che i 413 pezzi siano giunti a Bergamo dall'Africa da soli e magari in fila indiana e che il Perolari, avendone compreso l'importanza, li abbia effettivamente comprati, ma non si capisce bene da chi in quel momento ne fosse l'effettivo proprietario. Eppure è noto che anche i semplici ed onesti collezionisti non acquistano mai nulla che non abbia una provenienza storicizzata e, dunque, mi posi l'interrogativo del come e del perché mai un Museo avesse potuto accettare, con siffatta faciloneria, dei manufatti africani di provenienza ignota.

      Veramente ossessionato da tal dubbio che come un tarlo mi logorava l'esistenza diurna e notturna, finalmente decisi di porre la parola fine a questo deprimente stato di angoscia derivatomi dalla mancanza di specifica conoscenza e partii alla volta della bellissima orobica città di Bergamo con l'obiettivo di visitare il Museo E. Caffi. Per la verità un ottimo museo colmo di perle di conoscenza soprattutto naturalistica. Ma il mio principale interesse, per non dire unico, era rivolto al settore della esposizione etnografica per visionarne le collezioni. Mi approvvigionai del piccolo catalogo che era in vendita presso la biglietteria, non avendo potuto ottenere il catalogo originale che era stato pubblicato in occasione dell'inaugurazione in quanto esaurito anche presso l'editore, e mi avviai per la visita. Nel frattempo sfogliavo il piccolo catalogo per capire il percorso museale e mi soffermai su alcune frasi facenti parte dell'introduzione che voglio riportare integralmente:

      "Divenuto Ente civico nel 1917, il Museo di Scienze Naturali già vantava una piccola ma importante collezione di oggetti etnografici provenienti dal Nord America e dall'Africa sub-sahariana. Gli oggetti americani costituivano una raccolta effettuata personalmente dall'esploratore bergamasco Giacomo Costantino Beltrami mentre ricercava le sorgenti del Mississippi; le altre collezioni provenivano da viaggiatori che a vario titolo avevano riportato oggetti africani e sudamericani dall' 800 ai primi anni del "900, portando la raccolta a circa 200 reperti.

      Ma è nel 1989 che la sezione etnografica prende letteralmente il volo. Il comm. Aldo Perolari dona alla civica amministrazione una stupenda collezione di oggetti africani, collezionati con competenza da Susanna Sedgwick e Fabrizio Corsi negli anni "70. Il gesto generoso arricchisce il patrimonio cittadino e il Museo di Scienze Naturali, che si accolla l'onere di conservare e valorizzare nel tempo la raccolta. Essa è costituita da 413 pezzi qualitativamente notevoli provenienti da 86 società tradizionali dell'Africa sub-sahariana, parte dei quali, dal 2001, vanno ad inserirsi in un'adeguata cornice spaziale, atta a metterne in evidenza ogni valenza. La sacralità che pervade questi manufatti dà loro un eccezionale aggiunto. Inoltre, la raccolta include rari e quindi preziosi reperti archeologici. La collocazione nel Museo di Scienze Naturali non deve stupire poiché questi manufatti fanno strettamente parte della storia dell'Uomo, del quale riflettono la cultura e l'evoluzione del pensiero." (6)

      Ora mi è tutto più chiaro, anche se ancora non riesco a spiegare alcuni aspetti della vicenda. Ma nello svolgersi degli accadimenti sicuramente troverò la risposta ai miei interrogativi. Siamo arrivati al punto di non avere più alcun minimo dubbio sulla capacità del Dott. Fabrizio Corsi di costruire con assoluta competenza una vera collezione di Arte Africana e tali siffatti dubbi sono stati fugati definitivamente dalla legittimazione museale. Una collezione splendida in cui si nota il sentimento che è stato l'ispiratore e la guida della sua costruzione: l'amore per l'arte africana. Il Corsi "firma" la "sua" collezione con la sua autorevolezza e con la sua autorità essendone il suo orgoglioso autore. Come un pittore o uno scultore che "inventa" la sua pittura o scultura, fin da quando nella sua mente cominciano a configurarsi le immagini ed i significati, considerandoli e correggendoli, cimentandosi nella materializzazione di un disegno o di una bozza, rifiutandola e di poi riaccettandola, costruisce e definisce "la sua opera d'arte" ammirandola come "sua creatura" fino a porre in ultimo il sigillo della propria identità, volgarmente chiamata "firma", così, con il percorso analogo, l'autore della propria collezione appone con soddisfazione su di essa il proprio sigillo che, come abbiamo già considerato, sarà eterno e non potrà giammai essere alienato o spogliato della sua immortalità. E come il pittore o scultore che ha creato la sua opera, firmata della propria identità, e la cede ad un acquirente in cambio del corrispettivo in denaro resta l'autore dell'opera anche dopo averla alienata, così pure l'autore di una collezione, cedendola a vario titolo ad un possessore di collezione, ne resta per sempre l'autore, anche dopo averla alienata. Tanto è che nella storia delle più grandi e famose collezioni di arti tribali del mondo, passate di mano in mano durante il trascorrere del tempo e nelle alternate vicende e condizioni umane, e soprattutto nella loro genealogia, vengono trascritti tutti i vari passaggi di possesso, dall'autore, che resta comunque unico, agli altri possessori e così fino all'ultimo che ne detiene il possesso fino al prossimo ed eventuale futuro passaggio. E come l'identificazione e l'attribuzione certa dell'opera d'arte non necessariamente risulta dall'apposizione di un sigillo autografo, bensì dalla composizione stessa dell'opera, creata secondo i canoni e la magistralità della creazione dell'autore, consentendo agli esperti di immediatamente classificare ed attribuire un'opera d'arte ad un autore anziché ad un altro, così pure l'analisi di una qualsiasi collezione, pur sempre nel nostro campo dell'arte tribale, porta in sé le informazioni destinate agli esperti per individuarne anche caratterialmente una possibile identificazione ed una eventuale attribuzione. Faccio riferimento all'interfaccia di reciprocità tra il collezionista e la sua collezione. L'esperto in musica basta che ascolti soltanto tre note per attribuirle a Mozart, anche senza firma. E poi, oltre tutto, alla Storia non la si fa: ricordiamoci sempre del "nostro amico" Verre.

      Scrivevo poco prima che ci sono degli aspetti della vicenda che non riesco a spiegare. Difatti i nostri semplici ed onesti collezionisti che hanno prodotto un immenso rumore di dissenso nei confronti di Fabrizio Corsi e Maurizio Biordi evidentemente hanno confuso ed invertito i ruoli. Essi stessi, infatti, sono incappati in manifestazioni schizoidi come quella sul "prevalere del proprio su tutti gli altri", ovvero del proprio "sapere" su quello di Corsi e di Biordi. Tutto questo, oltre a sfociare prima nel ridicolo e poi paludarsi nel patetico, resta come un'indelebile pagina nera scritta a se stessi. Infatti qualcuno dei semplici collezionisti, probabilmente posseduto da comprensibili conseguenze emotive, assume le penose sembianze di una vittima di un’autentica forma patologica quando, nel criticare Maurizio Biordi, oltrepassa il limite della correttezza e riferisce che quest'ultimo, in riferimento alle arti africane, non riesce a distinguere un asparago da un carciofo. Chi: il Dott. Maurizio Biordi?, L'Archeologo?, Il dirigente dei Musei Comunali (Rimini)?, L'Ispettore Onorario Ministero Beni e Attività Culturali (Roma)?, Il Delegato Comitato Nazionale Italiano I.C.O.M.(International Council of Museums, UNESCO - Parigi)? Si, purtroppo, proprio lui. Riflettendo con attenzione su questa reazione, penso che bisognerebbe stabilire e non invertire i ruoli. In tutta questa vicenda risulta in modo inconfutabile che la legittimazione di Fabrizio Corsi come collezionista museale di arte africana sia universalmente riconosciuta e non credo si debba aggiungere altro se non definire, per splendida reciprocità, anche la propria legittimazione dalla presenza della sua collezione presso il Museo E.Caffi. Al contrario, il gruppo dei semplici ed onesti collezionisti è privo di qualsiasi minima autorevolezza a norma di legge: a che titolo hanno indirizzato critiche anche di delegittimazione? L'usurpazione della professione di critico d'arte risulta evidentissima e viene perpetrata con sostituzione ideologica e gratuitamente nei confronti dei veri critici d'arte accreditati ed in danno grave del Corsi con azione continuativa. Siamo giunti a "un discorso nel quale, poste alcune cose, ne derivano necessariamente altre, per il fatto stesso che quelle sono state poste". Infatti perché Fabrizio Corsi è legittimato per il Museo E. Caffi di Bergamo e non per il Museo degli Sguardi di Rimini? Naturalmente questo è il pensiero del gruppo dei semplici ed onesti collezionisti che io respingo con forza, pensiero che spero sarà rivisitato anche dallo stesso gruppo, perché, altrimenti, sarebbe come negare l'evidenza. In secondo luogo analizziamo "ogni forma di ragionamento con cui si dimostri il logico conseguire di una verità da un’altra, di un giudizio da un altro" e valutiamo in modo impeccabile il comportamento del Dott. Maurizio Biordi, il quale ha ben agito nell'interesse del Museo degli Sguardi di Rimini permettendo la mostra del Corsi che, da tutto ciò che ne è derivato in questo scritto, risulta essere in Italia uno dei più accreditati collezionisti viventi di arte africana e che la sua splendida collezione, chiamata di poi "Collezione Perolari", sia orgogliosamente diventata fin dal 1989 il fiore all'occhiello del museo E.Caffi di Bergamo.

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Conclusione

      Ho detto di argomentazione che consta di due premesse e di una ovvia conclusione. Ho cercato di esprimere i concetti per come era logico e corretto esprimerli e spero di esservi riuscito. Comunque era un dovere per me dire la mia verità su di un episodio passato sotto tono e rendere giustizia ad una persona, Fabrizio Corsi, che normalmente vive nell'ombra, non essendo egli pratico dei computer e di internet, ma di cui, altresì, si dovrebbe avere la massima considerazione, per la sua esperienza, serietà, raffinatezza del gusto, cultura, bontà e signorilità. In virtù delle due premesse, possiamo indicare che può identificarsi nella definizione del sostantivo "Collezionista" sia l'autore di una collezione, sia il possessore di una collezione. La differenza è sostanziale. Mentre l'autore, animato da un forte spirito di ricerca, utilizza la sua arguzia, la sua cultura e la sua passione dello scoprire per entrare in possesso di oggetti sconosciuti, il possessore si impadronisce, a vario titolo, di ciò che hanno scoperto gli altri. Dunque la raccolta del ricercatore è un insieme di oggetti i quali, ognuno per ciò che rappresenta nell'invenzione dello stesso e nelle vicissitudini trascorse per impossessarsene, concorrono alla scrittura di tutti gli episodi che colmano l'intera vita dello stesso ricercatore. Al contrario il collezionista che si impadronisce o compra gli oggetti scoperti dagli altri, deve tenere una contabilità da ragioniere e mettere in ordine le fatture di acquisto che serviranno alla compilazione della storicizzazione degli stessi oggetti, erigendo in siffatto modo un muro di scartoffie tra sé ed il suo oggetto, senza alcuna comunicazione simbolica o stimolazione di un qualsiasi ricordo. I numerosi anni trascorsi da Fabrizio Corsi in Africa sono ormai parte della storia del collezionismo italiano riferito all'arte africana sub-sahariana e giammai nessuno potrà contestarne la sua importanza, in qualunque modo. La sua primaria e prevalente azione, smodatamente contributiva per la didattica, è rivolta alla comunicazione dei vari linguaggi simbolici, esoterici ed amabilmente intrisi di globalizzazione umana, patrimonio della saggezza dei "primitivi" africani con soprattutto le nostre nuove generazioni, indicando loro che la saggezza della vita non risulta soltanto dalla tecnologia e che questa stessa è derivazione dell'intelligenza dell'Uomo, nella sua collocazione planetaria. La sua giovialità e la sua pazienza nello spiegare i vari significati evidenti e nascosti scritti tra le righe degli oggetti ai curiosi visitatori, soprattutto giovani, delle sue mostre mal si coniuga con l'atteggiamento egoistico nel saziare la propria patologia del possesso di chi, guardando da solo, nella solitudine della propria stanza, gli oggetti della sua collezione, non riesce a leggere un bel nulla della storia dei singoli oggetti, di chi potesse essere il suo scultore, di chi lo abbia con sacrifici commissionato per un suo "voto" e delle svariate circostanze spaziali e temporali che hanno contribuito alla sua acquisizione. Ma in fondo anche questi ultimi sono degli esseri umani che, pur intrisi di patologie collezionistiche, come tali hanno necessità di socializzare e pertanto si riuniscono in oligarchici gruppi all'interno dei quali si pavoneggiano mostrando con velata cattiveria il proprio miglior oggetto, affinché questa azione indispettisca gli altri "soci" i quali, a loro volta invidiosi, reagiscono in egual modo e misura generando a volte una seria lotta intestina, abilmente camuffata da ampi sorrisi e riverenze varie di convenienza che smussano ipocritamente gli angoli spigolosi di una mal sopportata convivenza.

      Spero che Fabrizio Corsi, con la sua personalità, magnanimità e forza che sono peculiarità proprie di un leone, continui a stupirci in continuazione e possa regalarci ancora molto della sua conoscenza, della sua fierezza e, ancor più, della sua bontà.

Novembre 2009

Marcello Lattari

 

Appendice: Il collezionismo e la sua origine(7)

                             (Da Edizioni Golden Italia)

Il collezionismo, oggi largamente diffuso, ha una storia che si perde nella notte dei tempi; il gusto della raccolta, infatti, nasce con l’uomo e precisamente con il suo istinto per la conservazione e l’accumulo prima delle riserve alimentari, poi di oggetti anche superflui. Tra i collezionisti "ante litteram" i faraoni, di cui si ricordano le fastose raccolte di ogni tipo.
Tra essi Tutankhamon che si fece seppellire con la sua vastissima collezione di bastoni e canne da passeggio, oltre a favolosi gioielli.
Amenofi III, il faraone che allargò i confini del suo impero 1300 anni prima di Cristo e che fece erigere statue colossali, era un appassionato collezionista di oggetti di smalto azzurro.
Assurbanipal raccoglieva statue ed obelischi. Nabucodonosor riunì a Babilonia una spettacolare collezione di oggetti d’arte strappata ai nemici vinti.
In Grecia l’orgoglio per la collezione si manifestò fin dai tempi più antichi.
Tesori tolti al nemico vinto in guerra venivano esposti all’ammirazione pubblica, in grandi locali vicino ai templi più famosi.
Si trattava di bottino di guerra, omaggio al dio protettore e nello stesso tempo raccolta di opere d’arte.
Oreficerie, gioielli, tripodi, statue, stoffe pregiate confluivano nei templi greci di Olimpia, Delfi, Efeso inviati dai condottieri vincitori e, in qualità di ex-voto, dai cittadini che avevano ottenuto una grazia.
I sacerdoti catalogavano tutto con cura e sistemavano i tesori in locali nei quali poteva affluire il popolo in certe grandi occasioni.
Si può dunque dire che queste raccolte furono le prime collezioni diventate museo.
Il collezionismo in senso più moderno trionfò soprattutto a Roma.
I ricchi romani, in virtù delle loro molteplici conquiste, raccolsero oggetti preziosi e ragguardevoli opere d’arte. Marcello fu il primo collezionista della storia di Roma, ma il suo esempio fu subito imitato. Silla il dittatore e Lucullo il proconsole dopo l’esposizione al pubblico vollero che la maggior parte dei tesori adornassero le proprie case.
Ciò diventò una mania: ornare le proprie dimore con capolavori tolti al nemico.
Verre, Pompeo, Cesare, Cicerone furono fra i più appassionati collezionisti dell’antichità.
Cesare collezionava cammei.
Verre, considerato il più grande collezionista che sia mai esistito, si serviva di un piccolo esercito di ricercatori, trafficanti e mediatori che sapevano come ottenere ciò che poteva interessare i collezionisti.
A Roma vi erano quartieri destinati a questo tipo di mercanti.
Sulla Via Sacra, vicino alla Villa Pubblica, antiquari, orefici, scultori attendevano i clienti. Andavano di moda le collezioni di oggetti d’arte greci soprattutto del V secolo.
Nascevano nel frattempo anche i nomi che indicavano le sedi delle raccolte.
"Museo" era chiamato l’edificio costruito da Fidelfo ad Alessandria per raccogliere opere d’arte ed era dedicato come dice il nome alle Muse.
Vitruvio chiamò "pinacoteca" il luogo ove si conservavano collezioni di quadri.
Plinio chiamò "dattilioteca" la collezione di cammei.
A Roma per la prima volta nella storia Marco Agrippa parlò in favore di un principio sancito poi definitivamente soltanto dalla Rivoluzione Francese.
Egli disse testualmente: "la collezione costituisce sempre un patrimonio culturale cui il pubblico ha il diritto di partecipare.
È quindi illegittimo il godimento esclusivo del privato che può procurarsi le opere d’arte solo grazie ai suoi privilegi".
Il periodo del Medioevo fu tutt’altro che oscuro e nemico delle lettere, dell’arte e della cultura. Soprattutto fu la Chiesa che salvò preziosi culturali ed artistici detenendo quasi l’esclusiva del collezionismo.
Durante l’epoca delle crociate tornò in auge l’hobby del collezionismo "di guerra" o mercantile.
Le nobili e ricche famiglie veneziane assunsero un ruolo non indifferente in questo campo.
A Firenze tutti i membri della famiglia dei Medici (da Cosimo a Lorenzo) incentivarono favolose collezioni di ogni genere.
Si passò così ad una fase di collezionismo edonistico e nelle corti principesche italiane collezionare antichità, oltre che una moda, divenne quasi un obbligo.
Ogni principe amava soffermarsi a lungo nel suo "camerino" o nel suo "studio" a studiare o a godere il bello.
Cosimo, il "padre della patria" dei fiorentini, collezionò gioielli, libri preziosi e rari, armi antiche e opere d’arte.
I suoi successori continuarono con passione le sue collezioni.
Lorenzo il Magnifico completò la biblioteca medicea e fondò un’accademia d’arte che ebbe come allievo Michelangelo.
Tra le numerose raccolte più o meno "sacre" dei vari pontefici ricordiamo quelle di Nicola V, Pio Il Piccolomini, Leone X (figlio di Lorenzo il Magnifico) e Clemente VII.
Carlo V di Asburgo, Isabella D’Este, Caterina Sforza, Lucrezia Borgia spendevano somme enormi per soddisfare le loro passioni collezionistiche.
L’imperatore Rodolfo I fu il primo, nel Medioevo, a radunare eccezionali collezioni scientifiche e naturali.
Nel Settecento si distinse la Pompadur, nell’Ottocento Federico II di Prussia che prediligeva le tabacchiere e Caterina II di Russia, che fece erigere il museo dell’Hermitage per ospitare degnamente le sue incomparabili raccolte.
Fu superata nella sua bramosia soltanto da Napoleone, per il quale il collezionismo rappresentò unicamente una forma esibizionistica di potere.
Dal punto di vista del collezionismo ciò che accadde durante la Rivoluzione Francese e l’Impero napoleonico non fu tutto negativo, anzi venne sancito proprio grazie alla Rivoluzione il principio secondo il quale l’arte apparteneva al popolo e non ad una ristretta schiera di privilegiati.
Furono nazionalizzati nel 1793 i beni della corona e fu aperto al pubblico il Museo del Louvre, chiamato "Museo della Repubblica".
Con il passare degli anni le più prestigiose ed importanti collezioni d’arte private divennero statali o comunque aperte al pubblico: nel 1797 fu aperto il Friedrich Museum di Berlino; nel 1824 George Beaumont donava la sua collezione allo Stato, dando così origine alla National Gallery di Londra; nel 1840 fu aperto al pubblico l’Hermitage di San Pietroburgo; nel 1843 il Victoria and Albert Museum.
Ai nostri giorni il collezionismo ha raggiunto una tale dilatazione da poter essere considerato a tutti gli effetti un fenomeno di massa.
Come movente del collezionista moderno si può individuare l’esigenza di reperire qualcosa di distensivo, rilassante, atto a compensare l’individuo dallo stress quotidiano che la vita odierna comporta.
E non è tanto l’entità pecuniaria che gli oggetti di una collezione rappresentano a stimolare l’odierna disponibilità a collezionare, ma piuttosto l’interesse a circondarsi di ciò che piace, l’impegno per la ricerca degli oggetti, la curiosità di conoscerne la provenienza, la funzione, la collocazione storica e geografica, il piacere di ordinarli, catalogarli, sistemarli in bacheche, cornici, album e raccoglitori.
Collezionare è sinonimo di pazienza, di gusto, di sensibilità, di interesse culturale, indipendentemente dal pregio e dal peso pecuniario che il raggiungimento di taluni oggetti comporta.
Ogni pezzo di una collezione qualsiasi, per quanto modesto possa essere, ha una sua anima, una sua connotazione, un suo fascino, un suo significato semantico, oltre a quello che il collezionista gli attribuisce.
Uno dei piaceri del collezionista è quello di entrare in rapporti con altre persone, in tutto il mondo, che coltivano gli stessi interessi ed oggi questo contatto è reso ancora più facile con la "navigazione" in Internet.
Si possono così scambiare direttamente informazioni, pareri, consigli ed anche "doppioni" (per via postale, naturalmente).
Tra i collezionisti di uno stesso genere di oggetti vi è solitamente un rapporto di amicizia e quasi mai sorgono rivalità
. (7: Articolo trascritto da "Edizioni Golden Italia")

Bibliografia:

1)  http://www.treccani.it

2)  Susan Pearce - Università di Leicester

3)  Marco Tullio Cicerone

4)  http://www.infotappeti.com -

5)  http://museoscienze.comune.bergamo.it

6)  Museo di Scienze Naturali E. Caffi-Guida alle Collezioni Etnografiche

7)  http://www.goldenitalia.com

 

 

 

 

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