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Marcello Lattari

 

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Pierluigi Peroni: I "Soli Dogon" del Mali - Gennaio 2006

 

 

 

 

Indice editoriale

 

I “Soli Dogon” del Mali

- Pierluigi Peroni -

 

  Si tratta di pendenti africani in bronzo molto rari, realizzati con la tecnica della fusione a cera persa  dalle popolazioni Dogon del Mali. La loro funzione è per il momento ancora sconosciuta, anche se si pensa che fossero indossati solo dai capi e dalle persone di rango. Di per certo sono oggetti di indiscutibile bellezza, anche se poco diffusi e di difficilissima reperibilità, soprattutto quando si tratta di pezzi autentici, datati e di alta qualità.

  Per chi volesse cercare di acquistare qualche “Sole” esistono due uniche possibilità: o recarsi in Africa presso le tribù Dogon, soprattutto in Mali ma anche in Burkina Faso, oppure rivolgersi a qualche gallerista di arte primitiva ed etnica. In entrambi i casi non sarà comunque facile trovare questi gioielli, trattandosi di oggetti estremamente rari.

  I Dogon costruiscono ancora oggi questi pendenti, soprattutto per compiacere la domanda turistica, e qualche volta è possibile trovare esemplari nuovi, o anche “anticati” ad arte.

  Non è possibile quantificare un “prezzo” vero e proprio per tali pendenti, dal momento che si tratta di oggetti assai rari, sconosciuti alla maggior parte degli amanti dell’arte africana e poco collezionati, almeno fino ad oggi.

 

  Acquistai il mio primo “Sole Dogon” nel 1998, in modo del tutto occasionale, anche se con la solita ed intensa passione che ha sempre contraddistinto la mia vita e, di conseguenza, tutte le mie collezioni. Ricordo che vidi questo oggetto misterioso nella vetrina di una galleria di Parigi. Non sapevo di cosa si trattasse, ma ne fui folgorato e subito decisi che quel pezzo doveva essere mio, ad ogni costo. Il negozio sarebbe stato chiuso tutto il giorno; io dovevo rientrare in Italia quella stessa sera, ma senza esitazione decisi di prolungare il mio soggiorno fino all’indomani. Avevo infatti notato altre due persone interessate davanti a quella vetrina. Temevo che sarebbero stati dei possibili acquirenti del “mio” oggetto misterioso e volevo essere sicuro di accaparrarmi quel pezzo, senza il rischio di essere anticipato da loro o da altri. Riuscii nel mio intento e quindi ritornai a casa fiero e contento, continuando a maneggiare e rimaneggiare quel magnifico pendente, senza mai separarmene. Lo collocai bene in vista sulla mia scrivania, davanti a me, e subito compresi che la molla della collezione era nuovamente scattata. Ero rimasto troppo affascinato dall’oggetto: sia per la sua straordinaria bellezza, sia per il mistero della sua funzione che il mercante parigino, nonostante le spiegazioni, non era riuscito a chiarirmi. Decisi quindi di ricercare altri esemplari ed incominciai una “caccia ai Soli” spasmodica ed appassionata, sia in Europa che in Africa. E’ stato tutt’altro che facile trovare pezzi belli, autentici, antichi e differenti nelle tipologie; ma nel corso di questi anni sono riuscito a raccogliere parecchi esemplari significativi e penso di avere creato una collezione discretamente importante e rappresentativa.

  Questi Soli sono oggetti in bronzo e leghe varie, costruiti dai Dogon del Mali, con la tecnica della fusione a cera persa.

  Nessuno ha saputo ancora spiegare che cosa essi rappresentino esattamente. Nemmeno i più grandi esperti e galleristi di arte africana mi hanno saputo dire, con certezza, chi porta questi gioielli e che funzione abbiano; spesso ognuno di questi studiosi ha una sua teoria particolare, quasi sempre diversa da quella dei colleghi. Occorre anche dire che i testi che hanno trattato i Soli Dogon sono pochissimi: sono al massimo cinque o sei libri che hanno dedicato a questi gioielli una sola foto e una brevissima descrizione.

  Quello che si sa è che sono sicuramente dei pendenti, ma al di là di questa generica considerazione le teorie sono varie e diverse.

  C’è chi li chiama “Soli Dogon” e chi li chiama “Collane del Dio”. Chi perfino afferma che questi oggetti non vogliono simboleggiare il sole, ma che si tratta di ornamenti senza valenze simboliche.

  Alcuni studiosi correlano il significato di questi gioielli alla conoscenza che i Dogon avevano dell’astronomia e attribuiscono ad essi una funzione funeraria. Questo popolo considerava il sole come il re dei pianeti e come dimora eterna degli uomini dopo la morte. Secondo questa teoria i pendenti venivano appoggiati sul petto del defunto prima della sua sepoltura, per aiutare la sua anima a raggiungere il sole, quindi la pace eterna.

  Un’antica leggenda fornisce invece un’altra spiegazione. Essa racconta che un tempo il cielo era molto vicino alla terra e che c’erano ben dieci soli. Un giorno, un cacciatore lanciò le sue frecce contro i soli, uccidendone nove. Una variante della leggenda parla di un cacciatore crudele che fece questo gesto per cattiveria. Un’altra variante spiega invece che si trattava di un cacciatore buono che agì in tale senso poiché tutti quei soli creavano siccità ed una calura irrespirabile. Ma in entrambi i casi la leggenda è concorde nel dire che il decimo sole, sfuggito al massacro, si nascose, e che arrivò una notte senza fine, con freddo e piogge incessanti. Senza luce le coltivazioni deperirono ed il freddo divenne insopportabile. I Dogon quindi si riunirono e indirizzarono preghiere e sacrifici al sole, perché riapparisse. Egli si impietosì e tornò a brillare nel cielo. Fu per ringraziarlo e commemorare l’avvenimento, e per suggellare l’alleanza col sole, che un fabbro forgiò questo gioiello simbolico, che poi entrò per sempre nella tradizione del popolo Dogon.

  Questa leggenda parrebbe essere il vero motivo al quale sono legati i primi Soli. Ma la reale spiegazione della funzione di questi oggetti è ancora incerta e non chiarita, anche se tutti gli studiosi concordano almeno nel dire che essi sono appannaggio solo dei capi villaggio, dei notabili e forse anche delle donne di alto rango.

  Osservandoli a prima vista, i Soli Dogon sembrerebbero tutti uguali. Se però ci si sofferma e li si guarda attentamente uno ad uno, si scopre che in realtà sono tutti diversi tra loro e a volte presentano notevoli ed importanti differenze: forma, dimensione, spessore, tipo di lavorazione, decorazione, peso, grado di usura, colore, patina, etc.

  La loro forma è generalmente circolare anche se diventa ellittica in alcuni rari esemplari.

  Sono quasi tutti costruiti con due “ruote” di raggi: una, quella più decorativa, che costituisce la parte anteriore del pendente, ed un’altra sul retro, che in pratica è quella “strutturale”. Queste due raggiere sono unite tra loro da un anello centrale e, alle estremità dei raggi, da una intelaiatura di segmenti orizzontali, in pratica il prolungamento dei raggi stessi, che costituisce lo spessore del pendente.

  Dall’anello centrale si diramano numerosi raggi, quasi sempre lavorati e incisi, che possono variare da 12 a più di 40.

  Sul lato anteriore, la parte terminale di ogni raggio è spesso rifinita con una decorazione a rosetta con motivi a spirale. La parte posteriore, per contro, si distingue perché i raggi sono normalmente privi della rosetta, essendo uniti uno all’altro alla circonferenza con un sottile profilo, che fa da perimetro esterno alla raggiera posteriore.

  Nella zona superiore uno o due raggi sono assenti, o troncati, per lasciare il posto alla striscia di pelle che forma l’asola che permette il passaggio della collana o del laccio per indossarli. Sono comunque pochi gli esemplari che ancora conservano la striscia di pelle originale. Spesso essa veniva sostituita quando quella in uso si rompeva o era troppo consunta. Quindi in molti casi il cinturino è di epoca più recente rispetto al pendente, il più delle volte del tutto mancante.

  Il diametro esterno dei Soli può variare da 4 a 10 centimetri, anche se la maggior parte dei pezzi ha una misura di circa 6-7 centimetri.

  Il loro spessore è di norma intorno ai 12-15 millimetri.

  A volte questi gioielli sono abbelliti da ornamenti, come conchigliette o strisce di tessuto. In alcuni casi a questi pendenti veniva aggiunta una sagoma in pelle, grande come tutto il pendente e cucita sul suo retro, per evitare che il metallo sfregasse direttamente su chi lo indossava. In rarissimi casi veniva loro applicata una “fodera” posteriore in bronzo, quasi un pannello a chiusura completa e totale della parte posteriore del gioiello.

  La datazione certa del bronzo è difficile da stabilire. La probabile anzianità degli esemplari di scavo e di quelli più datati dovrebbe risultare compresa tra il XVI° ed il XIX° secolo. I Dogon continuano comunque ancora oggi a fabbricare nuovi Soli, sia per loro uso personale che per compiacere la domanda “turistica”. Quindi accanto ai pezzi d’epoca si possono trovare oggetti recenti, a volte anche di fattura e design molto belli.

  Lo studio di questi pendenti è ancora tutto da scrivere.

Io personalmente sto cercando di raccogliere il maggior numero di dati sull’argomento, sia in Europa che in Africa.

Da qui il concreto e pressante invito a chiunque, dovunque nel mondo, voglia contribuire a scrivere questo inedito capitolo.

Ben vengano quindi notizie fondate, informazioni, fotografie e documentazioni di ogni genere, da chiunque abbia la possibilità di  darle.

Prego pertanto tutti gli appassionati di contattarmi via e-mail nel caso in cui avessero pezzi o informazioni interessanti, e nel caso in cui volessero condividere con me questa grande passione per i “Soli Dogon”.

 

Gennaio 2006

Pierluigi Peroni

 

 

 

 

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